Ero lì. Da quella parte del campo. Lo vidi partire. I cingolati aravano il terreno del Bentegodi, i muscoli, due stantuffi, presero a turbinare, la faccia divenne ancora più rossa. Anche il sole del Bentegodi divenne più luminoso quasi volesse partecipare anche lui alla magia di quel vichingo. Le maglie bianconere cercavano di fermarlo. Ma non si  può fermare il vento. Lo volevano mettere giù, gli volevano segare le gambe che nel frattempo erano diventate querce nodose. Come scuri i tacchetti avversari si abbattevano sulle sue caviglie. Ma nessuna entrata vigliacca poteva fermarlo quel giorno. Nessun difensore di questa terra, almeno. Fosse stato un dio rivale, allora forse sì. Ma non un uomo. Per combattere contro quella forza divina, contro quella rabbia, quella ferocia da campione, quelle gambe che separavano le zolle del terreno, quella faccia rossa, non esisteva uomo (di questa galassia almeno) che potesse farcela.
Figuriamoci un difensore juventino. Il figlio di Danimarca mulinò per l'ultima volta i piedi, una piccola cosa di color carbone schizzò a fil di terra. Un piccolo detrito che non serviva ad un dio dai piedi alati. Cosa se ne faceva di una scarpa, un Thor vichingo? Inutile utensile destinato a noi umani bipedi, non ad un campione abituato a vedersela evidentemente con draghi e streghe, castelli incantati e cavalieri erranti. Che vuoi che sia una scarpa? Il mucchietto di cuoio rimase lì sull'erba, mentre il biondo venuto dal nord colpì la palla con il calzettone. Nulla e niente potevano fermare il tiro del vento. Gooool. Correva il dio vichingo a festeggiare assieme alla sua gente, ancora senza scarpa, e correva ancora più veloce. Goool. Mille volte, ho rivisto quell'azione, mille volte ho pianto di gioia. Che bello avere un dio vichingo che gioca per la tua squadra. La tua squadra gialloblù, s'intende. In seguito ho capito: quel giorno non avevo visto solo un gol. Avevo partecipato ad uno dei grandi spettacoli della natura. Avevo visto nascere il mito di Preben Larsen Elkjaer.

Gianluca Vighini

SCARICA QUI IL VIDEO DELLA «CAVALCATA» ! 
(file formato .wma per Windows Media Player 1,7 Mb)

...«Il danese decide quindi che  Galderisi ha già segnato e che adesso tocca a lui. Affonda il piede sull’acceleratore, la sua velocità rasenta quella di Carl Lewis sui 200 metri alle olimpiadi di Atlanta dell’estate appena passata, Pioli non ci vede più, si scompone e solo perché non ha a sua disposizione un bazooca decide di falciare il nostro eroe, ma Preben non è nemmeno scalfito dal vile tentativo del bianconero. Sprezzante rimane in piedi e sembra quasi dire a Pioli: “Hei bambino, mandami tuo fratello maggiore”. Ma nel contatto gli si sfila la scarpa destra e deve rallentare, scala quindi la marcia, entra in curva e si trova davanti Favero. Salta anche il baffuto difensore sullo slancio rientrando sulla destra come per uscire dall’area, sebbene stia  zoppicando sulla scarpa che sta per perdere. A quel punto Preben si sta già gustando la sua amata Coca Cola, si sta fumando una sigaretta sulla poltrona di casa sua perciò carica il tiro e lanciando la gamba all’indietro fa in modo di sfilarsi la scarpa che vola in alto. Lo stadio per un secondo è tutto in silenzio, a bocca aperta e pronto a saltare, nessuno è in piedi ma nessuno ha il sedere appoggiato al seggiolino. Tiro di piattone interno, la palla a girare passa a filo d’erba  tra il grande Gaetano Scirea e Tacconi infilandosi in modo fantastico sul secondo palo.»

Tratto dal libro  «La leggenda di Preben il Guerriero vichingo» 
di Giovanni Gambini

 

t